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‘Case Studies’. Raccontare un progetto

‘Case Studies’ è il nome della collana di eBook bilingue, inaugurata lo scorso anno con l’intento di proporre strumenti di integrazione alla didattica caratterizzati da comparativismo, interdisciplinarità e multimedialità. L’iniziativa, ispirata dalle riflessioni emerse intorno ad un corso di formazione per docenti delle scuole secondarie, aderisce al proposito di diffondere un sapere inclusivo, teso a valorizzare le soggettività subalterne escluse dalle narrative istituzionali. 

Far emergere dall’oblio, dunque. Riportare all’attenzione quanto occultato dalla cultura egemone per contribuire ad una lettura critica del presente. Troppe le assenze e le discrezionalità nelle scelte e nelle proposte culturali, in particolare nella didattica ancora troppo dipendente dai manuali.

Ha scritto Emma Baeri: “Inaccettabile l’assenza delle donne (…), carente l’individuazione delle fonti, insignificante una metodologia di ricerca fondata sull’oggettività della conoscenza e sulla neutralità del sapere, disastrosa la ricaduta di questo modello di pensiero sulla vita del pianeta e delle persone che lo abitano” (Dividua, p. 44). Anche noi dell’Associazione culturale Se pensiamo sia necessario il superamento delle gerarchie nei saperi e, pertanto, proviamo ad introdurre nella nostra proposta culturale la ricerca della relazione fra soggetti differenti e diversi nel tempo e nello spazio, ripensandone i rapporti su basi di rispetto e reciprocità anziché di dominio. La geografia del dominio è, infatti, punteggiata da tante strade maestre sconosciute ai più, i corpi non ancora sottratti all’oscurità come, ad esempio, quelli degli animali che parteciparono a vario titolo alla Grande Guerra e a cui abbiamo dedicato il primo eBook della collana. 

Gli animali sono soggetti generalmente esclusi dalla narrazione perché non ritenuti detentori di biografie narrabili, per quanto la nuova tendenza degli studi storici, grazie all’ausilio di discipline come l’etologia, la psicologia, la veterinaria, permetta oggi di guardare ad essi con una diversa sensibilità, non considerandoli più come semplici beni d’uso, bensì come soggetti portatori di diritti e bisogni. Poiché gli eBook della collana ‘Case Studies’ sono principalmente indirizzati ad insegnanti e studenti delle scuole secondarie, fornendo agli uni riferimenti aggiornati utili al fine di sviluppare nuovi percorsi didattici in classe, e agli altri un supporto metodologico per svolgere lavori individuali o di gruppo a casa, ci è parso che dal punto di vista didattico proporre di studiare la Grande Guerra a partire dagli animali che vi parteciparono presentasse alcuni innegabili vantaggi. 

A partire dalla possibilità di spostare lo sguardo su soggettività ritenute subalterne, e pertanto escluse, provocando necessariamente un allargamento di orizzonti, non solo nella conoscenza di un singolo evento storico, ma anche nel modo di guardare all’oggi, alle guerre della contemporaneità ad esempio, e alla relazione spesso violenta che le giovani generazioni instaurano con chi è considerato più debole. L’assunzione dello sguardo animale come punto d’osservazione privilegiato sulla Prima guerra mondiale, per tornare alla specificità di un caso di studio, ne emancipa la narrazione manualistica, incentrata sui fronti, le perdite e le sconfitte/vittorie delle singole nazioni, poiché l’esperienza animale è estranea ai nazionalismi europei. Senza dimenticare, infine, che raccontare gli animali di guerra permette sconfinamenti geografici, linguistici e disciplinari, offrendo ad insegnanti di diverse discipline di sviluppare nelle classi percorsi realmente multidisciplinari, utilizzando fonti originali, in questo caso abbiamo attinto all’ampio patrimonio iconografico europeo.

L’asse  portante della nostra attività è la promozione dello studio della storia del Novecento, rivedendone gli assunti metodologici allo scopo di ampliare la definizione di una disciplina, che non sia più soltanto la “scienza dell’uomo nel tempo”, quanto piuttosto la “scienza dei viventi nel tempo”.  Si tratta di un’impostazione orientata all’inclusione. Desiderio, empatia, possibilità, le parole-chiave intorno a cui ruota e che riteniamo possano essere declinate anche attraverso altre discipline. Partendo da un unico caso di studio, trascurato dai manuali, è possibile integrare la didattica, aprendo a temi trasversali, quali la responsabilità, l’affettività, la differenza, la diversità, la solidarietà, e contribuire, forse, a salvare Franti.

 

Immagine: Soldato inginocchiato solleva un cane nel suo elmetto, 22 Dicembre 1917 © IWM (Q 10597)

Quando il non-eroe è femmina

A rendersi protagonisti del lavorio semplice e costante orientato alla tutela dell’esistenza sono i soggetti deboli, coloro che pur essendo privi di un reale potere non si sottraggono di fronte alle sfide e affrontano i conflitti senza odio, senza danneggiare ed umiliare il ‘nemico’, pensando in termini di vantaggio reciproco.

Costruire condizioni alternative alla violenza e alla guerra non è impresa semplice,  impone di rivedere il proprio modo di agire, di pensare, di parlare, di avviare quella che Aldo Capitini ha chiamato la “rivoluzione nonviolenta”: un’iniziativa individuale da allargare a livello sociale attraverso il dialogo e l’educazione.

Per quanto l’iniziativa nonviolenta sia universale e, anzi, tenda a ridefinire i modelli di genere, valorizzando in quanto virtù positive la compassione negli uomini e la fiducia in se stesse nelle donne, è altresì vero che proprio in quel cambiamento “a partire da sé”, evocato poc’anzi, si debba rintracciare l’affinità fra nonviolenza e femminismo così efficacemente sintetizzata da Anna Bravo: entrambe le pratiche riscrivono la storia, includendo quanti vi erano esclusi; implicano una rivoluzione interiore; valorizzano le mediazioni; richiamano alla pazienza; al senso del limite; alla cura delle cose piccole e fragili della vita quotidiana, quelle cose cioè diligentemente distrutte dall’approccio militare-tecnologico prettamente patriarcale che caratterizza la definizione di potere nelle società in cui viviamo.

Un esempio di tale affinità è rappresentato dal Congresso internazionale delle donne svoltosi a L’Aia dal 28 aprile al 1° maggio 1915. 

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L’Europa era in guerra, ma nonostante le difficoltà e i pericoli cui andarono incontro per raggiungere l’Olanda, all’inaugurazione dei lavori congressuali erano presenti 1136 donne provenienti da paesi neutrali e belligeranti, in rappresentanza di 13 nazionalità: c’era un’italiana, Rosa Genoni, e soprattutto c’erano le donne tedesche ed austriache. Una presenza dal forte valore simbolico, considerando che le rappresentanze tedesche e austriache erano state escluse da tutti i consessi internazionali alla dichiarazione di guerra. 

Si trattò di un congresso femminista e fu a pieno titolo un’iniziativa nonviolenta. 

Il congresso per il fatto stesso di riunirsi rappresentò un’aperta sfida al potere da parte di soggetti deboli, donne escluse dal dibattito politico perché non aventi diritto al voto e prive di eleggibilità.

Espresse l’adesione ad una pratica etica e politica tesa a ridefinire le relazioni fra gruppi e fra singoli e a superare le ingiustizie, mettendo in discussione il rapporto guerra/donne elaborato dalla cultura dominate secondo cui la guerra era necessaria alla protezione delle donne. “Noi donne giudichiamo la guerra differentemente dagli uomini” avrebbe dichiarato Aletta Jacobs. Non in termini di perdita di potere bensì di vite. La perdita degli altri, dei mariti e dei figli, dei padri e dei fratelli, ma anche di se stesse: l’unica risultante certa della guerra era il profondo danneggiamento del “genere umano”.

Propose una soluzione “win-win” al conflitto in corso, indicando nell’immediato-cessate-il-fuoco il primo passo da compiersi, a cui far seguire l’avvio di un confronto costruttivo fra belligeranti, tale da condurre con l’ausilio dei Paesi neutrali alla sottoscrizione di una pace negoziata, senza vincitori né vinti.

Indirizzò lo sguardo sulle possibili forme di riconciliazione. Il desiderio di unità tra esseri umani a salvaguardia di una civiltà condivisa andava di pari passo con la volontà di promuovere forme di mutua comprensione fra le nazioni, per evitare che si manifestassero sentimenti di odio e desideri di rivincita. In questa prospettiva va letto il progetto di intervenire direttamente sull’educazione dei bambini, affinché il ricorso alle armi nella risoluzione delle dispute diventasse inammissibile. 

Infine, quasi a voler dar corpo alla funzione politico-sociale della “cura”, intesa come antidoto alle derive violente della società, le donne riunite a L’Aia decisero di inviare un carico di tulipani ai soldati feriti, ricoverati negli ospedali da campo. Le duecento scatole di fiori, che a causa delle distanze non raggiunsero l’Austria-Ungheria, la Russia e neppure altri paesi dell’est e sud Europa, arrivarono negli ospedali dislocati in Inghilterra, Germania e Paesi Bassi.

1Fiori per sanare la distruzione, un’immagine che rimanda a quella più recente di una donna palestinese intenta ad innaffiare i fiori piantati nei contenitori vuoti dei gas lacrimogeni.

 

 

 

(3 – continua)

Fraternizzare con il nemico

Cedere il rancio e fare da scudo ai compagni con il proprio corpo sono gesti di cura frequenti nei riguardi dei propri commilitoni, dettati dal desiderio di tutelare la dignità della vita offesa dalla guerra e di esorcizzare la morte, come abbiamo visto nell’articolo precedente.

3C9BB565-661D-40EF-B302-BF44C7E30629Quando la medesima attenzione viene diretta al nemico assume un forte carattere anti-bellico, una dimensione politica. Nel caso della Grande Guerra, una volta che il soldato “sepolto” nell’opposta trincea venne riconosciuto come un proprio simile si registrarono forme inedite di iniziative nonviolente e, questo, nonostante la propaganda di guerra lavorasse alla costruzione del nemico quale essere mostruoso da annientare.

I soldati compresero ben presto che l’unico modo per non morire era non uccidere, di qui la scelta di ridurre al minimo gli episodi di combattimento e di assumere come metro delle proprie azioni la tutela della vita propria e altrui.

Gli episodi di fraternizzazione non furono mai estemporanei, tanto sul Fronte orientale dove non mancarono sin dalle prime settimane di guerra forme di interazione tra i soldati austro-ungarici e i russi, quanto sul Fronte occidentale dove a partire dal novembre 1914 si stabilirono rapporti solidali tra britannici e tedeschi ed anche tra tedeschi e francesi, benché in questo caso le relazioni fossero più tese.

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THE CHRISTMAS TRUCE ON THE WESTERN FRONT, 1914 (Q 50720) British and German troops meeting in No-Man’s Land during the unofficial truce. (British troops from the Northumberland Hussars, 7th Division, Bridoux-Rouge Banc Sector). Burying those killed in the attack of 18 December. Copyright: � IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205025418

L’interazione pacifica e spesso amichevole fra parti contrapposte avvenne gradualmente, favorita dall’immobilità delle trincee: i militi ebbero modo e tempo per riconoscersi come “vicini di casa” ed adoperarsi per mantenere rapporti di buon vicinato. Le principali iniziative intraprese sono riconducibili a forme di “passiva inattività”, come la decisione di non sparare e di non controllare  i movimenti che avvenivano sul lato opposto per trarne vantaggio strategico.

Erano vere e proprie tregue, spesso di breve durata, ma comunque ritualizzate e rispondenti ai bisogni quotidiani dei soldati. Si registravano, infatti, in caso di maltempo, permettendo così ai militari di stare al riparo, oppure per consentire il recupero dei feriti e la sepoltura dei caduti. Con il passare del tempo si concretizzarono anche forme di interazione più dirette: dai saluti di cortesia si passò allo scambio di battute sul campionato di calcio, all’ascolto serale della musica, alle visite.

L’episodio più clamoroso di fraternizzazione si registrò lungo le linee della regione di Ypres in occasione del Natale 1914.

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THE CHRISTMAS TRUCE ON THE WESTERN FRONT, 1914 (Q 50719) British and German troops meeting in No-Man’s Land during the unofficial truce. (British troops from the Northumberland Hussars, 7th Division, Bridoux-Rouge Banc Sector). Copyright: � IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205022262

Nonostante gli appelli per il cessate il fuoco lanciati dalle organizzazioni internazionali, socialiste e suffragiste, e la richiesta ufficiale di papa Benedetto XV di porre fine all’inutile strage che stava insanguinando l’Europa, per quel Natale la guerra non sarebbe finita e nessuno sarebbe tornato a casa, contrariamente a quanto promesso dai rispettivi governi. Fu così che i soldati si presero il tempo per festeggiare.

A prendere l’iniziativa pare siano stati i soldati tedeschi, i quali disposero delle candele sui bordi delle trincee e intonarono canti natalizi, a cui risposero i britannici con i propri. Man mano uscirono allo scoperto, si fecero gli auguri e in alcuni punti della “terra di nessuno” si incontrarono per scambiarsi piccoli doni, tabacco, sigarette.

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THE CHRISTMAS TRUCE, 1914 (Q 11745) British and German soldiers fraternising at Ploegsteert, Belgium, on Christmas Day 1914, front of 11th Brigade, 4th Division. Copyright: � IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205247304

La stampa americana, in particolare The New York Times, sin dall’ultima settimana di dicembre, diffuse la notizia di quanto avvenuto il giorno di Natale sul Fronte occidentale, mentre da gennaio 1915 apparvero sui giornali britannici le prime immagini della tregua. I giornali tedeschi, al contrario, criticarono aspramente l’avvenimento, mentre la censura sulla stampa impedì che la notizia della tregua arrivasse all’opinione pubblica francese. L’episodio è stato rievocato nel 2005 dal film Joyeux Noël del regista Christian Carion.

Gli alti comandi condannarono l’accaduto consci della sua pericolosità. Iniziative del genere evidenziavano chiaramente che il sentimento bellico non era stato interiorizzato dai soldati, i quali nel corso della guerra continuarono a ritagliarsi spazi di disobbedienza opponendo alla logica disumanizzante della guerra strategie tali da non perdere la propria dignità di essere umani. Per questa ragione, tutte le forme di fraternizzazione furono perseguitate sistematicamente con condanne esemplari e, in alcuni casi, anche con la morte. E, tuttavia, non cessarono.

L’interazione solidale tra i militi di opposti fronti era fatta di consuetudini e riti tesi a risparmiare il sangue, anche durante i combattimenti quando si faceva in modo di sparare senza colpire. Il contenimento della violenza da parte dei soldati raggiunse livelli tali da dover smobilitare interi reparti. Quando questo avveniva i militari smobilitati si affrettavano ad informare i “vicini”, utilizzando rodati canali di comunicazione ovvero messaggi nascosti dentro bombe disinnescate o arrotolati intorno ad una pietra, affinché non inviassero i consueti segnali con il rischio di cadere nelle imboscate dei nuovi arrivati.

Di tregue spontanee e fraternizzazioni ancora oggi si parla poco, per nulla o quasi nei libri di testo, e quando accade esse vengono sempre messe in relazione alla storia della guerra come se fossero parte di una strategia militare. Eppure, è l’esatto contrario. Si tratta, infatti, di iniziative di non-cooperazione attuate dai militari nel tentativo di riprendere in mano la propria vita, dando la possibilità al nemico di fare lo stesso.  Sono, pertanto, da considerarsi azioni di resistenza nonviolenta al potere.

(2 – continua)



 

Disarticolare il binomio potere-violenza

Uno dei fondamenti della nonviolenza è evitare lo spargimento di sangue, principio basilare per la tutela della vita.

Il raggiungimento di un tale obiettivo non è quasi mai nelle mani di chi detiene il potere, che ingannandosi crede di essere rafforzato dall’esercizio della violenza, bensì in quelle dei soggetti deboli, gli esclusi dalla retorica dell’eroismo. Sono i non-eroi, infatti, che attraverso gesti piccoli, anonimi, quotidiani si sollevano contro l’ingiustizia e agiscono per preservare l’integrità della vita in tutte le sue forme.

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Lo scopo dell’agire nonviolento è spesso rivolto a lenire le ferite delle aree urbane condannate al degrado dalle amministrazioni, come dimostrano le iniziative di guerrilla gardening.

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Ed è lo stesso sentimento di salvaguardia della vita ad spirare le marce pacifiche e i flash mob degli studenti americani, che chiedono una riforma seria e definitiva della legge sulla vendita delle armi.

All’osservatore poco attento esse possono apparire come azioni di poco conto e dalla scarsa efficacia, ma al contrario la loro delicatezza esprime un alto valore non solo simbolico: la possibilità che un cambiamento politico e sociale si realizzi attraverso la cura e la tutela. A vantaggio della società nel suo insieme.

La straordinarietà delle azioni piccole e ordinarie dei non-eroi è emersa in particolare nel confronto con la violenza della guerra, tanto che oggi anche semplici gesti  di cura quotidiana sono riconosciuti dal diritto internazionale come forme di diplomazia di base.

La trincea rappresenta uno dei luoghi più emblematici in cui queste “azioni di pace in tempo di guerra” hanno preso forma.

La linea del Fronte occidentale era costituita da una tripla serie di cunicoli scavati nel fango e disposti lungo una direttrice, che procedeva quasi ininterrotta dal Mare del Nord alle Alpi. Un tracciato che negli anni di guerra rimase pressoché invariato, registrando spostamenti minimi e mai superiori ai 15 km.

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Nella trincea si produsse per ragion di Stato una grande umiliazione della dignità umana. Esposti alle intemperie e a condizioni igienico-sanitarie inaccettabili, i soldati uscivano dai fossati per andare all’assalto e, quando non cadevano in combattimento, morivano di freddo, fame e tifo.

I primi mesi di guerra fecero registrare non pochi attriti tra i militari di leva, generalmente di umili origini, contrari alla guerra e i giovani volontari, in molti casi studenti universitari di estrazione borghese, propensi a vestire di patriottismo il proprio impegno. Col passare del tempo, le distanze fra le due posizioni di accorciarono.

Si fece sempre più forte la convinzione che la guerra fosse inutile e la permanenza nelle trincee trovò una giustificazione solo nella capacità di ognuno di tutelare la vita: gesti semplici, come cedere il rancio ai più deboli e ai malati, ed azioni eroiche, come coprire con il proprio corpo le granate affinché gli altri non saltassero in aria.

(1- continua)

La parola ai non-eroi

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Il Novecento viene descritto come il secolo delle guerre totali, un dato questo innegabile: si sono combattute due guerre mondiali e diverse guerre civili su base etnica solo in Europa, e centinaia di altre guerre nel resto del mondo, alcune delle quali ancora in corso.
Sfogliando un qualsiasi manuale di storia, il XX secolo sembra scandito ineluttabilmente dalla guerra, dal momento violento reiterato, eppure la sua elevazione ad evento spartiacque, per quanto verosimile, non è giustificabile. Nonostante il computo delle vittime sia enorme ed ancora aperto, da una prospettiva storica il numero dei “salvati” è ben superiore.

Eventi traumatici come le guerre, infatti, permettono sempre di rintracciare la presenza di un lavorio semplice e costante, il più delle volte spontaneo, in altri casi organizzato, orientato alla tutela dell’esistenza. Ne sono protagonisti persone note e cittadini comuni, in ogni caso soggetti “deboli” e privi di potere, che di fronte alle difficili sfide poste dalla violenza coloniale e bellica, dal razzismo e dallo sfruttamento ambientale, per citare alcuni degli esempi possibili, promuovono azioni nonviolente al fine di trovare una soluzione positiva alle ingiustizie.

L’Associazione culturale Se, attraverso una serie di post in questo blog e un nuovo eBook della collana ‘Case Studies’, si propone di sviluppare un percorso teso alla contestualizzazione di alcune dinamiche conflittuali, per comprendere cosa può renderle più distruttive e cosa può, invece, contenerne la violenza, aprendo strade di ricomposizione e di riconciliazione.
Nonviolenza sarà la parola-chiave utilizzata in questa indagine. Le tecniche della trasformazione non violenta dei conflitti verranno raccontate alla luce delle riflessioni di quanti hanno ispirato i movimenti di disobbedienza civile, mentre si individueranno soluzioni tese a smilitarizzare il linguaggio e la narrazione corrente per restituire la parola alla mancanza di potere, alla debolezza, ai non-eroi.

 

Mousetrap comes home

This is the title we could give to the happy ending story of the Afghan cat and the American soldier, who managed to get him to his home in the State of Indiana.

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The soldier and the cat met in a US outpost in Afghanistan, the two enjoyed each other company for a while, sharing food and, at least for the cat, a safe place to stay.

When time came to come back to the United States, the soldier did not want to abandon his friend and found a way to take him home.

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Bringing a pet away from a war zone is not an easy task and it is generally very expensive, but there are associations such as Nowzad specializing in making it possible.

These associations are concerned about retrieving animals, nursing them, re-training them if necessary and, as in the case of Mousetrap, arranging their transfer to new homes.

A happy ending story, one of many between soldiers and animals, that rescued each other from the horrors of war eventually.

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At the end of the Great War, most of the enlisted animals were abandoned to their fate. This was the case for dogs and cats, while survived cattle and equines were sold to slaughterhouses closer to the front lines.

British soldiers on the Western front acted in a different way. Many succeeded, with the help of associations such as the Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals and the Blue Cross Society, to save dogs, often even horses, and bring them to England.

The soldiers paid about £ 2 and associations took care to recovering the animals, nursing them, transporting them to the veterinary hospital in Boulogne (the only one authorized) after the quarantine period and arranging their transfer over the English Channel.

The war experience, which is extreme and out of the ordinary, strengthens the proximity of men and animals.

When animals, scared and hungry, make their appearance, a journey of mutual salvation begins. Soldiers, who decide to take care of them, recover a sort of normalcy, which helps to better face the battlefield stress. The benefits received are far beyond the meal and shelter offered to their four-legged companions and doing their best to give them a better life, soldiers try to express all their gratitude.

(This post is part of the research carried out under the project Animals in the Great War. Pictures Credits: Sodiers’ Animal Companions Fund – Mousetrap’s Story; Europeana 1914-1918 – namely Imperial War Museums).

Cavalli di guerra

Abstract: Horses played a primary military role and the price they paid was enormous. Sensitive, shy and delicate, their presence in human wars goes back to 2000-1000 BC, when it is believed cavalry was born. Ever since, and at least until the First World War, these noble equines have always been present in armies and have been adapted to the technological tools that have gradually been developed by the science of war, whether attaching small barrows to the horses to move pieces of artillery, or teaching them to maintain their position under fire and amidst the sound of explosives. The Great War became an appalling slaughter. They died in the hundreds on the battlefields during infantry charges and as a result of the hazards of war in the trenches, where they were exposed to enemy machine-guns, asphyxiating gases and metal entanglements. However, before they even got that far countless animals died crossing the ocean, when they were packed on to vessels coming from the United States, Canada and Australia, sent to Europe to replace those that had fallen in the allied infantry divisions on the Western Front. The experience of horses at the front has generally been neglected in historical accounts that, by assimilating it with that of the military corps they belonged to actually covered it up. However, their presence is mentioned in the soldiers’ letters and diaries as well as in literature. The most vivid condemnation of the atrocious and futile slaughter of millions of horses is to be found on some of the pages of the heartbreaking novel All Quiet on the Western Front by the writer-soldier Erich M. Remarque.

Nell’agosto del 1914 Guglielmo II, annunciando l’inizio della guerra contro i paesi dell’Intesa, sostenne che i tedeschi avrebbero combattuto “fino all’ultimo soldato, fino all’ultimo cavallo”.

La Grande Guerra fu, in effetti, l’ultima guerra di cavalleria e la confisca dei cavalli da parte delle autorità militari è da considerarsi il primo atto di guerra rivolto a questi animali.

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Si calcola che i cavalli impiegati nel conflitto furono circa 12.000.000. Arruolati al pari dei soldati, gli Imperi centrali poterono contare quasi esclusivamente sui cavalli allevati in centro Europa, in particolare in Ungheria e Cecoslovacchia, e dopo i primi combattimenti, quando i reparti a cavallo furono decimati, non furono in grado di rimpiazzarli con animali idonei; gli alleati dell’Intesa, al contrario,  poterono contare sul continuo rifornimento di cavalli provenienti dal Canada, dagli Stati Uniti e dall’Australia.

L’aspettativa di vita al fronte per questi animali estremamente sensibili non superava i dieci giorni. Accanto alle decimazioni seguite agli attacchi della fanteria a cavallo, essi furono vittime delle insidie della guerra di trincea, esposti alle mitragliatrici nemici, ai gas asfissianti e ai reticolati metallici. Inoltre, con il protrarsi del conflitto e l’immobilità dei fronti, la loro funzione militare venne ridotta alle retrovie, alle mansioni di trasferimento dei soldati e dei pezzi di artiglieria, oltre che del rifornimento. La riduzione di operatività ne rese le condizioni di vita pessime, a cominciare dalle scarse quantità di cibo, spesso marcio, e di acqua, generalmente inquinata.

Ad aggravare questa situazione si aggiunse, poi, la violenza dei commilitoni, i quali arrivarono a dover macellare gli animali più deboli per garantirsi il proprio sostentamento. Non migliore fu la sorte dei pochi reduci, che alla fine della guerra furono venduti ai mattatoi in prossimità delle aree di smobilitazione.

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L’esperienza dei cavalli al fronte è stata generalmente trascurata dalla narrazione storica, essendo assimilata a quella del corpo militare di appartenenza, sebbene non mancarono tracce di queste presenze e delle esperienze crudeli di cui furono protagonisti nelle lettere e nei diari dei soldati.

Unknown-2La denuncia più vivida contro l’atroce quanto inutile macello di milioni di cavalli è custodita in alcune delle pagine più struggenti del romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale (Opac Sbn)dello scrittore-soldato Erich M. Remarque.

I sopravvissuti, dunque, furono pochissimi e solo qualcuno ebbe la fortuna di invecchiare e morire serenamente molti anni dopo la fine del conflitto. È il caso di Warrior, il cavallo del generale britannico John Seely operativo con il suo reggimento in Francia, che morì nel 1941 all’età di 33 anni.

Unknown-1La sua storia catturò l’attenzione dello scrittore Michael Morpurgo, il quale vi si ispirò per creare il protagonista del romanzo War Horse (Opac Sbn) pubblicato nel 1982 in cui la voce narrante è proprio quella del cavallo di guerra Joey.

Il romanzo di Morpurgo ha ispirato l’omonimo film di Steven Spielberg uscito nel 2011. Mentre nel 2014 Warrior è stato insignito della PDSA* Dickin Medal, un riconoscimento conferito agli animali che si sono distinti in guerra.

(*People’s Dispensary for Sick Animals)

Queste e altre storie sono le protagoniste dell’eBook bilingue italiano-inglese, in distribuzione gratuita, “Gli animali nella Grande Guerra”.

 

Credits immagini (nell’ordine): Italiani catturati seppelliscono i cavalli giacenti per strada, 1917 ©ÖNB, Europeana Collection 1914-1918; Cavalli refrattari ©IWM (Q 33569); Uomini e cavalli dell’Army Service Corps (ASC) sottoposti ad una esercitazione anti-gas, da qualche parte nel Regno Unito, probabilmente Aldershot ©IWM (Q 34105).

Stubby, un sergente americano sul Fronte occidentale

Abstract: In the First World War around 100,000 dogs were recruited, but it is likely that the figure of their mobilisation was higher, in view of the fact that studies have not yet been able to establish the true number of animals on the front. The figure is, however, undoubtedly substantial, although not completely unheard of. In actual fact, dogs are known to have taken part in earlier wars, when they were given an auxiliary role with the purpose of the light transport of ammunition, medicine, food supplies, water, post and delivering orders. What was new in the early years of the war was the new strategic role, one that was indispensable to military operations, that these animals were given, despite the significant technical-scientific investments that had been made by all the forces. In the early months of the war a sort of canine conscription was established in diverse European countries on a “voluntary” basis: the owners were asked to present their dogs for military examinations and if they were found suitable, they were requisitioned and the owners were issued a document of enrolment. The most popular breeds for military tasks were the classical retriever dogs, especially the Rottweiler, German shepherd, terrier and robust cross-breeds of medium size. Numerous Maremma sheep dogs were used in the Italian army. After receiving specific training, they were used in recognition operations to verify whether anything had been sabotaged along the telephone lines, as well as in retrieving the injured and fallen in “no man’s land.” They were often sent behind enemy lines to retrieve information. Unlike the extraordinary undertakings in which they were the protagonists, only very few became heroes. Stubby was one of them.

La Prima guerra mondiale arruolò all’incirca 100.000 cani, ma è presumibile che i numeri della loro mobilitazione fossero superiori, considerando che gli studi non sono ancora in grado di stabilire i numeri certi della presenza animale al fronte. Si trattò in ogni caso di una presenza ingente, per quanto non del tutto inedita. Il loro impiego bellico si era registrato, infatti, anche nelle guerre precedenti, quando i cani ebbero un ruolo ausiliario finalizzato ai trasporti leggeri di munizioni, medicinali, viveri, acqua, posta e alla consegna degli ordini. Ad essere inedito nei primi anni del conflitto fu il nuovo ruolo strategico, indispensabile alle operazioni militari, che questi animali si trovarono a ricoprire, nonostante l’elevato investimento di carattere tecnico-scientifico messo in campo da tutti gli schieramenti.

L’importanza e l’utilità dei cani al fronte si fece evidente sin dai primi mesi del conflitto, tanto che tutti i paesi coinvolti e, soprattutto, quelli dell’Intesa iniziarono una corsa all’arruolamento del maggior numero possibile di cani per sopperire al deficit accumulato rispetto all’avversario germanico, che all’inizio delle ostilità poteva già contare su un contingente di 6.000 cani. Le razze predilette per lo svolgimento dei compiti militari erano quelle classiche da riporto, in particolare rottweiler, pastore tedesco, terrier e meticci robusti di media taglia. A supporto dell’esercito italiano vennero impiegati numerosi pastori maremmani.

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Arruolati come i militari e appositamente addestrati, i cani furono utilizzati nelle operazioni di ricognizione, per verificare che non vi fossero stati sabotaggi lungo le linee telefoniche, oltre che in quelle di recupero dei feriti e dei caduti nella “terra di nessuno”. Spesso venivano mandati oltre le linee nemiche per raccogliere informazioni. Nelle zone particolarmente impervie, come ad esempio le Alpi, venivano utilizzati per trasportare armi e trainare le lettighe dei feriti. La maggior parte di loro morì sul campo. Molti vennero soppressi, perché gravemente feriti. Tra quanti sopravvissero furono selezionati i primi cani-guida per i ciechi di guerra. Solo alcuni divennero degli eroi pluridecorati.

Stubby fu uno di questi.

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Membro del 102° reggimento di fanteria dell’esercito americano, seguì il suo compagno umano, il caporale Robert Conroy, dal Connecticut alle trincee della Francia, dove prestò servizio per 18 mesi. Stubby partecipò a diverse battaglie riportando numerose ferite, ma ogni volta dopo il periodo di convalescenza tornò in prima linea, guadagnandosi molte decorazione ed encomi. Per l’apporto dato alla cattura di una spia tedesca, fu insignito del grado di sergente.

Tale era la sua popolarità che quando gli americani entrarono a Château-Thierry, le donne della città realizzarono per Stubby il giubbotto su cui furono appese le sue numerose medaglie.

Tornato negli Stati Uniti divenne una leggenda nazionale, seguendo il suo padrone negli incontri pubblici dedicati alla guerra. Morì di vecchiaia nel 1926.

Il suo corpo imbalsamato con addosso il giubbotto con le decorazioni è esposto al National Museum of American History a Washington DC.

Queste e altre storie sono le protagoniste dell’eBook bilingue in distribuzione gratuita “Gli animali nella Grande Guerra”.

Credits immagini (nell’ordine): Cane messaggero con il cilindro, in cui il messaggio veniva trasportato, Etaples, 28 Agosto 1918 ©IWM (Q 9277); Carro da guerra per lampade elettriche trainato da cani, Dorimbergo, Fronte dell’Isonzo, 1916 ca ©ÖNB, Europeana Collections 1914-1918; Stubby, l’eroe di Georgetown.

 

Ginger (o Sandy), un gatto di guerra

Abstract: Numerous cats were also loaded onto military ships. Both soldiers and sailors regarded their presence as a good omen, a sort of four-legged talisman that was able to protect humans. It was usual for soldiers to take their cats with them, for example during the long ocean crossings that brought the Australian armies to Europe. And many cats were also adopted in foreign countries, along the front where battles were being fought. It is estimated that during the conflict there were around 500,000 cats in the trenches and on the warships. Their official task was to hunt mice and stop infestations of other vermin or parasites, although they were actually used to detect toxic gases. However, these military duties did not exclude they were adopted as mascots or as pets, and as such, they helped keep the soldiers’ morale high. Looking after the animals, which gave a semblance of normality, had the advantage of distracting the soldiers from the everyday aspects of war, which would otherwise have been unbearable.

Durante la Prima guerra mondiale furono circa 500.000 i gatti presenti al fronte, nelle trincee e sulle navi di guerra.

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Il loro compito ufficiale in entrambi i casi era quello di dare la caccia ai topi, benché alcuni fossero utilizzati anche come rilevatori di gas venefici. I doveri militari non ne esclusero, tuttavia, la loro adozione in qualità di mascotte e animali di compagnia.

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I soldati e i marinai consideravano la loro presenza e vicinanza di buon auspicio, una sorta di porta fortuna a quattro zampe in grado di proteggere gli umani. Era consuetudine per i militari portare con loro i gatti, ad esempio nelle lunghe traversate oceaniche che condussero le armate australiane in Europa. E tanti furono i gatti adottati nei paesi stranieri, lungo i fronti dove si trovarono a combattere.

Queste e altre storie sono le protagoniste dell’eBook bilingue “Gli animali nella Grande Guerra”.

Credits immagini (nell’ordine): ‘Ginger’ o ‘Sandy’ uno dei gatti della nave militare britannica Repulse disteso in un’amaca improvvisata ©IWM (HU 99090); Un soldato canadese con ‘Tabby’, la mascotte della sua unità, Salisbury Plain (Gran Bretagna) 27 Settembre 1914 ©IWM (Q 53254).

Piccioni viaggiatori durante la Prima guerra mondiale

Abstract: During the First World War the function of pigeons was strategic. Although communications systems such as the cablegram, telegraph and telephone were used, they were used to send messages and carry out espionage operations. The pigeons were fast, resilient and in their own way really intrepid. They flew at a speed of 40 km/h and were able to cover distances of up to 100 km without a break. They bore messages of vital importance and, as they showed during the battle of La Marne in 1914, always returned to their dovecots, even if the latter had been moved in the meanwhile. They were believed to be so strategic that it was forbidden to capture them for food, and any injured birds were rescued, and if possible treated.

I piccioni arruolati nella Grande Guerra furono circa 200.000, la maggioranza dei quali morta sul campo. Essi erano considerati alla stregua di un’arma segreta e, come tutte le armi segrete, venivano contrastati da armi altrettanto letali, in questo caso cecchini appositamente addestrati per fermarne il volo. Della loro presenza nei libri di storia non vi è traccia.

Nei primi anni di guerra, benché tutti gli eserciti fossero dotati di reparti speciali con personale apposito per la cura e l’addestramento dei piccioni, si cercò di fare affidamento soprattutto sui nuovi mezzi di comunicazione (telefono, telegrafo, cablogramma, radio), ritenendo il servizio dei piccioni viaggiatori necessario solo in caso di assedio. Ben presto, però, ci si rese conto che il loro utilizzo poteva essere non soltanto utile, ma persino più affidabile nelle comunicazioni tra le linee e il quartier generale. Le telecomunicazioni e la radio erano, infatti, oggetto di sabotaggio e intercettazioni e, quindi, spesso inutilizzabili, mentre i piccioni, salvo in caso di ferimento grave o abbattimento, non si fermavano finché non raggiungevano la loro destinazione, consegnando il messaggio loro affidato.

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I piccioni erano veloci, resistenti e, a loro modo, davvero impavidi. Volavano ad una velocità di 40km/h ed erano in grado di percorre fino a 100km senza sosta. Oltre che nel recapitare i messaggi, potevano essere impiegati in operazioni di spionaggio mediante piccole fotocamere posizionate sul loro petto che, grazie ad un timer di autoscatto, registravano le immagini durante il volo.

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I colombi, al pari dei cani, svolsero una funzione militare strategica al punto da introdurre misure precauzionali per la loro salvaguardia, dall’accudimento all’adeguata alimentazione, dal divieto assoluto di cattura a scopo alimentare alle misure di protezione antigas.

Gasschutzkasten für Brieftauben in Trient

Gli esemplari feriti venivano soccorsi e, se possibile, curati dal personale sanitario o veterinario, quando era presente.

Si provi a considerare per qualche istante cosa produrrebbe in chi ascolta sapere che nella guerra, in cui per la prima volta si fece un utilizzo su larga scala delle telecomunicazioni, le più importanti operazioni belliche furono condotte servendosi di piccioni viaggiatori.

Queste e altre storie sono le protagoniste dell’eBook “Gli animali nella Grande Guerra”.

Credits immagini (nell’ordine):  Piccioni di ritorno alla propria colombaia, Pernes, 1918 ©IWM (Q 9000); Pilota britannico rilasciando un piccione ©IWM (Q 13613); Apparecchio fotografico in miniatura da posizionare sotto il ventre dei piccioni viaggiatori, ©Bnf, Europeana Collections 1914-1918; Scatola anti-gas per 15 piccioni viaggiatori, Trento, ©ÖNB, Europeana Collections 1914-1918.