La Grande Guerra fu la prima guerra moderna dal punto di vista tecnologico. Per la prima volta, infatti, il progresso scientifico applicato alla guerra fece il suo ingresso di massa sul campo di battaglia e tutti i fronti poterono contare su colonne mobili di artiglieria pesante e leggera, automatica e semiautomatica; sugli aeroplani, utilizzati per i bombardamenti e per effettuare voli di ricognizione e caccia; sui sottomarini, impiegati nelle battaglie  navali nel Canale della Manica e nel Mediterraneo.

Nonostante la grande modernità tecnica, le operazioni di guerra non sarebbero state possibili senza l’arruolamento di diversi milioni di animali, la cui presenza permise ai militari di raggiungere i fronti cui erano destinati. In particolare, i muli e gli asini furono destinati al trasporto dei pezzi di artiglieria e dei materiali necessari alla fortificazione delle trincee, nonché dell’acqua, delle derrate alimentari e, ovviamente, dei morti e dei feriti. Mentre i cavalli, in prima linea, ebbero un ruolo militare cruciale, essendo stata la Prima guerra mondiale paradossalmente l’ultima guerra di cavalleria. Per questi nobili equini si trattò di una immane mattanza, che si consumò sui campi di battaglia e ancor prima, durante le traversate oceaniche, quando ammassati sui bastimenti provenienti dagli Stati Uniti, dal Canada e dall’Australia raggiungevano l’Europa per rimpiazzare i caduti dei reparti di fanteria alleati.

Sulle navi militari furono imbarcati anche i gatti. La loro presenza sulle navi, risalente all’antico Egitto, oltre a garantire la compagnia ai marinai serviva per cacciare i ratti e per evitare infestazioni da parte di vermi o altri parassiti. Una volta al fronte, nelle trincee, i gatti continuarono la loro opera di cacciatori di ratti e come mascotte contribuirono a tenere alto il morale dei soldati. Prendersi cura degli animali, replicare una sorta di normalità, ebbe il vantaggio di distrarre i militari dal quotidiano di guerra, altrimenti insopportabile. Questo aspetto interessò anche i cani, il cui ruolo fu tuttavia più strategico al pari di quello dei piccioni. Appositamente addestrati furono utilizzati nelle operazioni di ricognizione, per verificare che non vi fossero stati sabotaggi lungo le linee telefoniche e in quelle di recupero dei feriti e dei caduti nella cosiddetta “terra di nessuno”. Spesso venivano paracadutati oltre le linee nemiche per raccogliere informazioni sulla presenza di gas venefici. Nelle zone particolarmente impervie, come ad esempio le Alpi, venivano utilizzati per trasportare armi e trainare le lettighe dei feriti. Mentre i piccioni, nonostante venissero già usati sistemi di comunicazione quali il cablogramma, il telegrafo e il telefono, furono impiegati per trasportare messaggi e per compiere operazioni di spionaggio.

La storiografia sulla Prima guerra mondiale ha generalmente trascurato lo studio della presenza animale al fronte fino ad anni recenti. Questo dato restituisce al bel libro di Eugenio Bucciol un surplus di valore.

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Animali al fronte (Opac Sbn) è stato pubblicato nel 2003, un anno prima dell’inaugurazione ad Hyde Park del memoriale “Animals in War”, l’imponente opera ispirata all’omonimo libro di Jilly Cooper realizzata in occasione del 90° anniversario della Prima guerra mondiale. Si tratta probabilmente della prima opera storiografica sull’argomento, sebbene non abbia avuto l’eco e il riconoscimento meritati, che certo avrebbe avuto se fosse stata pubblicata in inglese anziché in italiano. Inoltre, ed in anticipo rispetto alla nuova etologia storica teorizzata da Éric Baratay, Animali al fronte ha posto al centro della riflessione il punto di vista animale. Bucciol, infatti, ha interrotto la narrazione antropocentrica della guerra per portare l’attenzione su questi protagonisti subalterni, sul loro vissuto, offrendo al lettore una prospettiva inedita da cui guardare alla Grande Guerra.

Il volume è suddiviso in due parti. Nella prima, si trovano i capitoli dedicati ai singoli animali. Nessuno escluso. Bucciol ci rende così partecipi dell’esperienza dei cavalli, dei muli e degli asini, dei cani, dei piccioni viaggiatori, della triste sorte di maiali e mucche, trasportati al fronte per essere macellati e nutrire i soldati, senza dimenticare i ratti e i parassiti, compagni scomodi delle trincee. Nella seconda parte viene proposta, quasi a supporto della prima, un’ampia collezione iconografica, immagini provenienti in prevalenza dell’Archivio di guerra austriaco di Vienna. Le immagini, con tutta l’eloquenza di cui sono capaci, sono organizzate in modo da raccontare al lettore i diversi fronti di guerra, dall’italiano al francese, al russo, passando dal fronte balcanico ai fronti dell’impero ottomano, in Palestina e nell’odierno Iraq, senza dimenticare il retroterra tedesco ed austro-ungarico.

Diversamente dagli studi più recenti, principalmente incentrati sul fronte occidentale, Animali al fronte dà voce ai vari fronti orientali, europei e non, è questo è un altro degli aspetti che ne fanno un’opera importante e pionieristica nel suo genere.

Maria Grazia Suriano