15829248._UY413_SS413_Le donne di Ravensbrück (Opac Sbn) di Lidia Beccaria Rolfi e Anna Maria Bruzzone usciva per la prima volta alla fine degli anni Settanta, nel 1978 per l’esattezza, quando la storiografia italiana, dopo aver avviato i primi studi sulla partecipazione femminile alla Resistenza, cominciava ad esplorare nuovi soggetti d’indagine nell’ambito più ampio della guerra. Si trattava di fare i conti e discutere esperienze sconvolgenti, totalizzanti e scomode come, ad esempio, i campi di sterminio, la cui messa a fuoco negli studi si è rivelata piuttosto problematica poiché, nonostante la memoria dei campi fosse presente e viva nelle parole e nei moniti dei sopravvissuti, ad un’analisi ulteriore essa interrogava tutti gli altri: come era potuto accadere? Perché?

I campi di sterminio più di ogni altro crimine di guerra rappresentano, infatti, il luogo dove si annidano le maggiori responsabilità collettive, di cui non si vuole prendere atto, preferendo, invece, il silenzio, spesso anche la negazione o il non voler credere a quanto raccontato dai sopravvissuti.

In questo senso Le donne di Ravensbrück rappresentò e, mi permetto di aggiungere, rappresenta una forte provocazione verso quanti sono restii a sentire la voce dei deportati (p. VI). Fu, come tutte le “rivoluzioni” culturali di quegli anni, il frutto del tenace impegno che due donne – Lidia Beccaria Rolfi, internata a Ravensbrück e sopravvissuta, e Anna Maria Bruzzone, giovane ricercatrice armata di registratore –, misero nel raccogliere le testimonianze di cinque deportate, Beccaria Rolfi medesima, Bianca Paganini Mori, Livia Borsi e le sorelle Lina e Nella Baroncini, che decisero così di raccontare la propria esperienza del campo.

Il libro presenta delle interessanti peculiarità. Si tratta di un testo corale che, a differenza di altre raccolte di testimonianze, travalica l’ambito individuale per diventare analisi storiografica della realtà concentrazionaria, come emerge nel saggio, più che testimonianza, di Lidia Beccaria Rolfi.

Al di là della domanda-osservazione su ciò che resta dell’umanità femminile, sottoposta al processo di disumanizzazione messo in atto attraverso la realtà quotidiana del campo (che si ricollega ad antecedenti già proposti in Se questo è un uomo), è importante qui la denuncia degli esperimenti medici fatti su cavie umane: la sterilizzazione di massa delle zingare, perfino di bambine piccole, la fine dei neonati nati nel campo. E la volontà di sopravvivere a tutto questo diventa una vera e propria forma di Resistenza.

Emergono, inoltre, altri dati sulla natura del campo e sulla stratificazione sociale che si instaura al suo interno e che rende le deportate assolutamente isolate tra loro: “gli stessi ideali per i quali si sono battute diventano patrimonio esclusivo di quella minoranza” che sceglie di continuare a resistere (p. 120). Proprio la gerarchizzazione sociale e la relativa divisione del lavoro, che ha come scopo quello dell’annientamento della persona – cui ci si oppone con atti di sabotaggio a cominciare dall’appello del mattino quando si cerca di essere tutte presenti e puntuali, violando così una delle prime leggi del campo – rappresentano un sistema di oppressione strettamente connesso al sistema capitalistico-totalitario, di cui il lager è l’estrema proiezione, ed in cui, paradossalmente, riescono a sopravvivere “coloro che hanno accettato di lavorare per l’industria bellica” (p. 107).

Il racconto delle sopravvissute non si ferma al passato, ma si proietta nella realtà del dopoguerra, dove la condizione femminile nella società poneva le donne deportate in una condizione ancor peggiore di quella degli uomini, a causa dello spettro della promiscuità sessuale, e dove in ogni caso l’indifferenza e la volontà di rimozione in coloro che scelsero di ignorare l’odissea dei sopravvissuti per nascondere le proprie responsabilità furono forti.

Lidia Beccaria Rolfi, contrariamente alle altre testimoni, non si limita a sottolineare il fatto che ci fosse un diverso metro di giudizio nel valutare il racconto di quella che fu l’esperienza femminile della guerra, ma va oltre, dicendo che il silenzio sui campi di sterminio si inserisce nella logica degli assetti capitalistici postbellici, entro cui l’Europa e la Germania occidentale dovevano risorgere per fronteggiare l’Europa comunista. Nell’assunzione di ciò si coglie nel caso di Lidia la percezione che vi fosse un muro insormontabile fra sé, la sua storia, la sua esperienza, e il mondo circostante (p. 145).

Le donne di Ravensbrück è un libro da non dimenticare, da non lasciare alla disponibilità esclusiva di quanti si occupano o si interessano di storia, è, al contrario, un libro per tutti, da leggere e rileggere, anche perché è ancora evidente la totale ignoranza prodotta dal silenzio prima e dalla pacificazione a tutti i costi poi, tale da alimentare ancora oggi il rigurgito dell’ideologia che quei campi ha prodotto.

Maria Grazia Suriano