Quando il non-eroe è femmina

A rendersi protagonisti del lavorio semplice e costante orientato alla tutela dell’esistenza sono i soggetti deboli, coloro che pur essendo privi di un reale potere non si sottraggono di fronte alle sfide e affrontano i conflitti senza odio, senza danneggiare ed umiliare il ‘nemico’, pensando in termini di vantaggio reciproco.

Costruire condizioni alternative alla violenza e alla guerra non è impresa semplice,  impone di rivedere il proprio modo di agire, di pensare, di parlare, di avviare quella che Aldo Capitini ha chiamato la “rivoluzione nonviolenta”: un’iniziativa individuale da allargare a livello sociale attraverso il dialogo e l’educazione.

Per quanto l’iniziativa nonviolenta sia universale e, anzi, tenda a ridefinire i modelli di genere, valorizzando in quanto virtù positive la compassione negli uomini e la fiducia in se stesse nelle donne, è altresì vero che proprio in quel cambiamento “a partire da sé”, evocato poc’anzi, si debba rintracciare l’affinità fra nonviolenza e femminismo così efficacemente sintetizzata da Anna Bravo: entrambe le pratiche riscrivono la storia, includendo quanti vi erano esclusi; implicano una rivoluzione interiore; valorizzano le mediazioni; richiamano alla pazienza; al senso del limite; alla cura delle cose piccole e fragili della vita quotidiana, quelle cose cioè diligentemente distrutte dall’approccio militare-tecnologico prettamente patriarcale che caratterizza la definizione di potere nelle società in cui viviamo.

Un esempio di tale affinità è rappresentato dal Congresso internazionale delle donne svoltosi a L’Aia dal 28 aprile al 1° maggio 1915. 

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L’Europa era in guerra, ma nonostante le difficoltà e i pericoli cui andarono incontro per raggiungere l’Olanda, all’inaugurazione dei lavori congressuali erano presenti 1136 donne provenienti da paesi neutrali e belligeranti, in rappresentanza di 13 nazionalità: c’era un’italiana, Rosa Genoni, e soprattutto c’erano le donne tedesche ed austriache. Una presenza dal forte valore simbolico, considerando che le rappresentanze tedesche e austriache erano state escluse da tutti i consessi internazionali alla dichiarazione di guerra. 

Si trattò di un congresso femminista e fu a pieno titolo un’iniziativa nonviolenta. 

Il congresso per il fatto stesso di riunirsi rappresentò un’aperta sfida al potere da parte di soggetti deboli, donne escluse dal dibattito politico perché non aventi diritto al voto e prive di eleggibilità.

Espresse l’adesione ad una pratica etica e politica tesa a ridefinire le relazioni fra gruppi e fra singoli e a superare le ingiustizie, mettendo in discussione il rapporto guerra/donne elaborato dalla cultura dominate secondo cui la guerra era necessaria alla protezione delle donne. “Noi donne giudichiamo la guerra differentemente dagli uomini” avrebbe dichiarato Aletta Jacobs. Non in termini di perdita di potere bensì di vite. La perdita degli altri, dei mariti e dei figli, dei padri e dei fratelli, ma anche di se stesse: l’unica risultante certa della guerra era il profondo danneggiamento del “genere umano”.

Propose una soluzione “win-win” al conflitto in corso, indicando nell’immediato-cessate-il-fuoco il primo passo da compiersi, a cui far seguire l’avvio di un confronto costruttivo fra belligeranti, tale da condurre con l’ausilio dei Paesi neutrali alla sottoscrizione di una pace negoziata, senza vincitori né vinti.

Indirizzò lo sguardo sulle possibili forme di riconciliazione. Il desiderio di unità tra esseri umani a salvaguardia di una civiltà condivisa andava di pari passo con la volontà di promuovere forme di mutua comprensione fra le nazioni, per evitare che si manifestassero sentimenti di odio e desideri di rivincita. In questa prospettiva va letto il progetto di intervenire direttamente sull’educazione dei bambini, affinché il ricorso alle armi nella risoluzione delle dispute diventasse inammissibile. 

Infine, quasi a voler dar corpo alla funzione politico-sociale della “cura”, intesa come antidoto alle derive violente della società, le donne riunite a L’Aia decisero di inviare un carico di tulipani ai soldati feriti, ricoverati negli ospedali da campo. Le duecento scatole di fiori, che a causa delle distanze non raggiunsero l’Austria-Ungheria, la Russia e neppure altri paesi dell’est e sud Europa, arrivarono negli ospedali dislocati in Inghilterra, Germania e Paesi Bassi.

1Fiori per sanare la distruzione, un’immagine che rimanda a quella più recente di una donna palestinese intenta ad innaffiare i fiori piantati nei contenitori vuoti dei gas lacrimogeni.

 

 

 

(3 – continua)