Uno straordinario travestimento di massa

«Consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili», così scriveva Carla Lonzi nel Manifesto di Rivolta Femminile (1970) a proposito della semi-cancellazione delle donne dalle memorie pubbliche.

In Italia la memoria pubblica della seconda guerra mondiale ha a lungo ignorato uno straordinario episodio di azione nonviolenta, unico nel suo genere in Europa, di cui furono protagoniste assolute le donne: il travestimento di massa dei soldati sbandati dopo l’8 settembre 1943.

Il proclama Badoglio, annunciando, da un lato, l’armistizio e la cessazione delle ostilità verso le forze anglo-americane e, dall’altro, di rispondere agli attacchi di qualsiasi altra provenienza, mise a rischio la vita di migliaia di militari italiani, che nel tentativo di salvarsi cominciarono a disertare. 

B987218C-94CF-47D1-90DC-9D775A4FB66CStigmatizzati come vili e traditori, nel giro di poche ore diventarono un bersaglio tanto per gli ex-alleati nazisti, che con le loro truppe già sul territorio potevano facilmente farli prigionieri, quanto per le  autorità italiane poiché la diserzione in caso di cattura apriva loro le porte della corte marziale. 

F7D282C4-BDB7-4A66-B524-4C940D20F4A3Di fronte a quelle vite in pericolo, le donne agirono in ordine sparso e con spirito nonviolento per trasformarli da militari in civili. Non si posero domande su chi fossero, per quali idee avessero combattuto e per quali ragioni scappavano, semplicemente li nascosero, trovarono loro abiti adeguati, distrussero le uniformi e li accompagnarono ai treni perché potessero raggiungere le loro famiglie, mettendo così a segno una grandiosa operazione di salvataggio realizzata attraverso un travestimento di massa. 

Se una tale azione fosse stata condotta armi alla mano, svaligiando i negozi per procurare gli abiti civili, sarebbe entrata di diritto nella costruzione della memoria postbellica della guerra e della Resistenza, ma essendo stata realizzata senz’armi ne è rimasta esclusa per molto tempo.

Ciononostante, per quanto esse stesse ci abbiamo restituito una memoria ridimensionata degli eventi, sostenendo di aver fatto quello che ritenevano giusto e che ‘istintivamente’ sentivano di dover fare, l’8 settembre 1943 le donne italiane operarono una “straordinaria manutenzione della vita”, un’operazione di maternage di massa, condotta da una soggettività femminile forte e tenace in soccorso ad una mascolinità fragile e pericolante.

(6 – continua)

Foto della resa tratta da  “8 settembre 1943. Cronaca della giornata in cui l’Italia si arrese agli Alleati e si illuse che la guerra fosse finita” di Davide Maria De Luca  (https://www.ilpost.it/2013/09/08/8-settembre-1943/).

Oltre il confine

Il desiderio di relegare in un altrove (preferibilmente) non visibile i diversi, i malati e, più in generale, quanti si allontanano dal modello del lecito consentito continua ad esercitare un certo fascino. Non a caso le società in cui viviamo favoriscono la costruzione di confini fisici e psicologici tesi ad escludere dal corpo sociale, normato secondo criteri di efficienza e presunta moralità, la minaccia rappresentata da tali agenti disturbatori. Si tratta di un’attitudine discutibile e quando viene messa in discussione ecco che è possibile vedere oltre il confine così pervicacemente costruito il piccolo seme di autonomia che sopravvive anche nella soggettività più offesa e deprivata, che altro non chiede se non la possibilità di poter germogliare e crescere secondo le proprie peculiarità. 

Di questo si è parlato al Salone del Libro di Torino, nel corso dell’incontro “Il confine non esiste” coordinato da Valeria Parrella, per ricordare che la legge 180/1978, meglio nota come legge Basaglia, rappresenta a quarant’anni dalla sua approvazione il tentativo rivoluzionario di riconoscere la possibilità a ciascuno di rialzarsi con dignità dallo schianto della propria esistenza. Nel fare questo sono stati proposti quattro libri che, nel riportare l’attenzione sui soggetti e i loro corpi reclusi ed esclusi, contribuiscono ad emancipare il vissuto manicomiale attraverso un processo di empatico riconoscimento e di superamento del confine tra “sano” e “malato”.

Conferenze brasiliane di Franco Basaglia (2000; 2018) raccoglie le letture svolte da Basaglia nel 1979 in Brasile per far conoscere il lavoro e le idee che portarono all’approvazione della legge 180. conferenze-brasiliane-2789Il libro permette di venire a contatto diretto con il contenuto e gli obiettivi della legge, che chiudendo i manicomi avviò un percorso più cosciente e rispettoso nel trattamento dei disturbi mentali e delle patologie psichiatriche, e fornisce gli strumenti critici per contrastare oggi il ritorno a forme terapeutiche coercitive e lesive della dignità umana come l’elettroshock e il letto di contenzione. 

i_tredici_canti_02Tredici canti di Anna Marchitelli (2018) racconta in un intreccio di verità storica e finzione letteraria tredici vite recluse nell’ospedale psichiatrico ‘Leonardo Bianchi’ di Napoli. L’archivio del ‘Leonardo Bianchi’ conserva ben sessantamila cartelle cliniche, a seguito di un importante lavoro di scavo l’autrice ne ha scelte tredici e ha ricostruito le biografie dei degenti prima dell’internamento in manicomio, sottraendoli così “all’invisibilità in cui, ancor prima di morire, erano stati relegati”.

a4cee4adc5f21fccf100e624d098cc6f_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyMalacarne di Annacarla Valeriano (2017) restituisce visibilità alle esistenze altrimenti perdute delle donne recluse in manicomio durante il regime fascista. Nel processo di costruzione dell’italiano nuovo, infatti, l’istituzione psichiatrica venne utilizzata dal regime per rinchiudere la “malacarne”, coloro che non soddisfacevano le prerogative dello Stato. Tra questi vi erano soprattutto donne, la cui “devianza erotica” confliggeva con le regole della comunità, bambine e ragazze vittime di violenza carnale, mogli e madri traumatizzate dalle perdite e dalle privazioni subite durante la Grande Guerra.

9788807491634_quarta.jpg.600x800_q100_upscaleLe nuvole di Picasso di Alberta Basaglia (2014) propone le memorie di una figlia-bambina che è riuscita ad elaborare i contenuti del lavoro paterno senza che le sovrastrutture imposte dalle regole sociali ne falsassero la lettura. Gli anni che portarono all’approvazione della legge Basaglia passano attraverso i ricordi di una bambina che ha vissuto dentro la rivoluzione dei manicomi liberati, i cui protagonisti furono un comandante visionario e un drappello di guerriglieri matti.

Libri da leggere e rileggere perché gli obiettivi di una legge rivoluzionaria e di inclusione, come fu la 180, si realizzano solo attraverso la cura e l’attenzione costante. 

I ragazzi del Club Churchill

Il 9 aprile 1940 con un’operazione di un solo giorno la Germania nazista occupò la Danimarca, un paese neutrale su cui Hitler aveva indirizzato le proprie mire allo scopo di conseguire fra l’altro una maggiore arianizzazione della razza tedesca. La fraternizzazione dei soldati della Wehrmacht con la popolazione femminile locale avrebbe dovuto contribuire alla nascita di una nuova generazione di tedeschi-vichinghi: obiettivo patetico, se non fosse stato diretta conseguenza delle politiche razziali naziste.

 

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Il re Cristiano X e il governo danese per proteggere i cittadini decisero di negoziare con i tedeschi e nel farlo misero in pratica la tecnica del come se, agendo cioè ‘come se’ la Germania fosse un partner normale e non un usurpatore e la Danimarca potesse negoziarvi da pari a pari benché fosse sotto occupazione. Ne derivò la firma di un memorandum in base al quale i tedeschi lasciavano al governo in carica il controllo in materia di legislazione scolastica, politica economica e finanziaria, fisco e distribuzione delle risorse, nonché la gestione dei procedimenti giudiziari; mentre le autorità danesi si impegnavano a contenere l’opposizione dei civili contro i tedeschi. Un accordo ragionevole che avrebbe permesso di ridurre al minimo i danni alla popolazione, evitando rappresaglie e spargimento di sangue, tanto da ottenere un ampio consenso popolare. Ciononostante, i danesi non tennero un atteggiamento passivo nei confronti dell’occupante.

La resistenza nonviolenta contro i nazisti assunse ben presto una forma organizzata e il Club Churchill ne fu una delle prime espressioni. 51lcUmF2jXL._SX330_BO1,204,203,200_Il Club si costituì nella cittadina di Aalborg nell’autunno del 1941 ad opera di otto ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni i quali, sotto la guida del quindicenne Knud Pedersen, la cui storia è stata ripresa di recente nel volume The Boys who Challenged Hitler (2015), misero a segno 25 azioni di sabotaggio ai danni della Wehrmacht, rubando armi e distruggendo veicoli militari. La loro iniziativa fu interrotta nel maggio 1942 quando la polizia li arrestò con l’accusa di aver distrutto beni di proprietà tedesca. Mandati a processo, gli otto ragazzi furono condannati al pagamento di quasi due milioni di corone danesi e a tre anni di prigione. La condanna scatenò la protesta della popolazione, che si concluse con la scarcerazione dei giovani.  

La ribellione popolare, sebbene tesa a rovesciare la sentenza di un tribunale danese, si inserisce fra le numerose azioni intraprese dai cittadini con l’intento di isolare culturalmente i nazisti e fiaccarne il morale. Nello stesso periodo in cui il Club Churchill organizzava rischiose operazioni di sabotaggio, si consolidava un’altrettanto coraggiosa quanto anonima forma di resistenza popolare detta del voltare le spalle, a cui chiunque poteva partecipare compiendo gesti semplici come fingere di non comprendere il tedesco se interpellato; uscire dai negozi all’ingresso di un soldato della Wehrmacht; camminare in gruppo a testa bassa verso una colonna nazista fino a costringerla a deviare il percorso. A queste azioni di resistenza popolare parteciparono in molti, compreso il re Cristiano X, ciascuno assumendo su di sé un rischio calcolato ma non per questo più lieve. 

(5 – continua)

L’immagine dei ragazzi del Club Churchill è tratta da Wikipedia. La copertina del saggio è tratta da Amazon.com

Mousetrap comes home

This is the title we could give to the happy ending story of the Afghan cat and the American soldier, who managed to get him to his home in the State of Indiana.

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The soldier and the cat met in a US outpost in Afghanistan, the two enjoyed each other company for a while, sharing food and, at least for the cat, a safe place to stay.

When time came to come back to the United States, the soldier did not want to abandon his friend and found a way to take him home.

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Bringing a pet away from a war zone is not an easy task and it is generally very expensive, but there are associations such as Nowzad specializing in making it possible.

These associations are concerned about retrieving animals, nursing them, re-training them if necessary and, as in the case of Mousetrap, arranging their transfer to new homes.

A happy ending story, one of many between soldiers and animals, that rescued each other from the horrors of war eventually.

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At the end of the Great War, most of the enlisted animals were abandoned to their fate. This was the case for dogs and cats, while survived cattle and equines were sold to slaughterhouses closer to the front lines.

British soldiers on the Western front acted in a different way. Many succeeded, with the help of associations such as the Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals and the Blue Cross Society, to save dogs, often even horses, and bring them to England.

The soldiers paid about £ 2 and associations took care to recovering the animals, nursing them, transporting them to the veterinary hospital in Boulogne (the only one authorized) after the quarantine period and arranging their transfer over the English Channel.

The war experience, which is extreme and out of the ordinary, strengthens the proximity of men and animals.

When animals, scared and hungry, make their appearance, a journey of mutual salvation begins. Soldiers, who decide to take care of them, recover a sort of normalcy, which helps to better face the battlefield stress. The benefits received are far beyond the meal and shelter offered to their four-legged companions and doing their best to give them a better life, soldiers try to express all their gratitude.

(This post is part of the research carried out under the project Animals in the Great War. Pictures Credits: Sodiers’ Animal Companions Fund – Mousetrap’s Story; Europeana 1914-1918 – namely Imperial War Museums).

Cavalli di guerra

Abstract: Horses played a primary military role and the price they paid was enormous. Sensitive, shy and delicate, their presence in human wars goes back to 2000-1000 BC, when it is believed cavalry was born. Ever since, and at least until the First World War, these noble equines have always been present in armies and have been adapted to the technological tools that have gradually been developed by the science of war, whether attaching small barrows to the horses to move pieces of artillery, or teaching them to maintain their position under fire and amidst the sound of explosives. The Great War became an appalling slaughter. They died in the hundreds on the battlefields during infantry charges and as a result of the hazards of war in the trenches, where they were exposed to enemy machine-guns, asphyxiating gases and metal entanglements. However, before they even got that far countless animals died crossing the ocean, when they were packed on to vessels coming from the United States, Canada and Australia, sent to Europe to replace those that had fallen in the allied infantry divisions on the Western Front. The experience of horses at the front has generally been neglected in historical accounts that, by assimilating it with that of the military corps they belonged to actually covered it up. However, their presence is mentioned in the soldiers’ letters and diaries as well as in literature. The most vivid condemnation of the atrocious and futile slaughter of millions of horses is to be found on some of the pages of the heartbreaking novel All Quiet on the Western Front by the writer-soldier Erich M. Remarque.

Nell’agosto del 1914 Guglielmo II, annunciando l’inizio della guerra contro i paesi dell’Intesa, sostenne che i tedeschi avrebbero combattuto “fino all’ultimo soldato, fino all’ultimo cavallo”.

La Grande Guerra fu, in effetti, l’ultima guerra di cavalleria e la confisca dei cavalli da parte delle autorità militari è da considerarsi il primo atto di guerra rivolto a questi animali.

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Si calcola che i cavalli impiegati nel conflitto furono circa 12.000.000. Arruolati al pari dei soldati, gli Imperi centrali poterono contare quasi esclusivamente sui cavalli allevati in centro Europa, in particolare in Ungheria e Cecoslovacchia, e dopo i primi combattimenti, quando i reparti a cavallo furono decimati, non furono in grado di rimpiazzarli con animali idonei; gli alleati dell’Intesa, al contrario,  poterono contare sul continuo rifornimento di cavalli provenienti dal Canada, dagli Stati Uniti e dall’Australia.

L’aspettativa di vita al fronte per questi animali estremamente sensibili non superava i dieci giorni. Accanto alle decimazioni seguite agli attacchi della fanteria a cavallo, essi furono vittime delle insidie della guerra di trincea, esposti alle mitragliatrici nemici, ai gas asfissianti e ai reticolati metallici. Inoltre, con il protrarsi del conflitto e l’immobilità dei fronti, la loro funzione militare venne ridotta alle retrovie, alle mansioni di trasferimento dei soldati e dei pezzi di artiglieria, oltre che del rifornimento. La riduzione di operatività ne rese le condizioni di vita pessime, a cominciare dalle scarse quantità di cibo, spesso marcio, e di acqua, generalmente inquinata.

Ad aggravare questa situazione si aggiunse, poi, la violenza dei commilitoni, i quali arrivarono a dover macellare gli animali più deboli per garantirsi il proprio sostentamento. Non migliore fu la sorte dei pochi reduci, che alla fine della guerra furono venduti ai mattatoi in prossimità delle aree di smobilitazione.

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L’esperienza dei cavalli al fronte è stata generalmente trascurata dalla narrazione storica, essendo assimilata a quella del corpo militare di appartenenza, sebbene non mancarono tracce di queste presenze e delle esperienze crudeli di cui furono protagonisti nelle lettere e nei diari dei soldati.

Unknown-2La denuncia più vivida contro l’atroce quanto inutile macello di milioni di cavalli è custodita in alcune delle pagine più struggenti del romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale (Opac Sbn)dello scrittore-soldato Erich M. Remarque.

I sopravvissuti, dunque, furono pochissimi e solo qualcuno ebbe la fortuna di invecchiare e morire serenamente molti anni dopo la fine del conflitto. È il caso di Warrior, il cavallo del generale britannico John Seely operativo con il suo reggimento in Francia, che morì nel 1941 all’età di 33 anni.

Unknown-1La sua storia catturò l’attenzione dello scrittore Michael Morpurgo, il quale vi si ispirò per creare il protagonista del romanzo War Horse (Opac Sbn) pubblicato nel 1982 in cui la voce narrante è proprio quella del cavallo di guerra Joey.

Il romanzo di Morpurgo ha ispirato l’omonimo film di Steven Spielberg uscito nel 2011. Mentre nel 2014 Warrior è stato insignito della PDSA* Dickin Medal, un riconoscimento conferito agli animali che si sono distinti in guerra.

(*People’s Dispensary for Sick Animals)

Queste e altre storie sono le protagoniste dell’eBook bilingue italiano-inglese, in distribuzione gratuita, “Gli animali nella Grande Guerra”.

 

Credits immagini (nell’ordine): Italiani catturati seppelliscono i cavalli giacenti per strada, 1917 ©ÖNB, Europeana Collection 1914-1918; Cavalli refrattari ©IWM (Q 33569); Uomini e cavalli dell’Army Service Corps (ASC) sottoposti ad una esercitazione anti-gas, da qualche parte nel Regno Unito, probabilmente Aldershot ©IWM (Q 34105).

Stubby, un sergente americano sul Fronte occidentale

Abstract: In the First World War around 100,000 dogs were recruited, but it is likely that the figure of their mobilisation was higher, in view of the fact that studies have not yet been able to establish the true number of animals on the front. The figure is, however, undoubtedly substantial, although not completely unheard of. In actual fact, dogs are known to have taken part in earlier wars, when they were given an auxiliary role with the purpose of the light transport of ammunition, medicine, food supplies, water, post and delivering orders. What was new in the early years of the war was the new strategic role, one that was indispensable to military operations, that these animals were given, despite the significant technical-scientific investments that had been made by all the forces. In the early months of the war a sort of canine conscription was established in diverse European countries on a “voluntary” basis: the owners were asked to present their dogs for military examinations and if they were found suitable, they were requisitioned and the owners were issued a document of enrolment. The most popular breeds for military tasks were the classical retriever dogs, especially the Rottweiler, German shepherd, terrier and robust cross-breeds of medium size. Numerous Maremma sheep dogs were used in the Italian army. After receiving specific training, they were used in recognition operations to verify whether anything had been sabotaged along the telephone lines, as well as in retrieving the injured and fallen in “no man’s land.” They were often sent behind enemy lines to retrieve information. Unlike the extraordinary undertakings in which they were the protagonists, only very few became heroes. Stubby was one of them.

La Prima guerra mondiale arruolò all’incirca 100.000 cani, ma è presumibile che i numeri della loro mobilitazione fossero superiori, considerando che gli studi non sono ancora in grado di stabilire i numeri certi della presenza animale al fronte. Si trattò in ogni caso di una presenza ingente, per quanto non del tutto inedita. Il loro impiego bellico si era registrato, infatti, anche nelle guerre precedenti, quando i cani ebbero un ruolo ausiliario finalizzato ai trasporti leggeri di munizioni, medicinali, viveri, acqua, posta e alla consegna degli ordini. Ad essere inedito nei primi anni del conflitto fu il nuovo ruolo strategico, indispensabile alle operazioni militari, che questi animali si trovarono a ricoprire, nonostante l’elevato investimento di carattere tecnico-scientifico messo in campo da tutti gli schieramenti.

L’importanza e l’utilità dei cani al fronte si fece evidente sin dai primi mesi del conflitto, tanto che tutti i paesi coinvolti e, soprattutto, quelli dell’Intesa iniziarono una corsa all’arruolamento del maggior numero possibile di cani per sopperire al deficit accumulato rispetto all’avversario germanico, che all’inizio delle ostilità poteva già contare su un contingente di 6.000 cani. Le razze predilette per lo svolgimento dei compiti militari erano quelle classiche da riporto, in particolare rottweiler, pastore tedesco, terrier e meticci robusti di media taglia. A supporto dell’esercito italiano vennero impiegati numerosi pastori maremmani.

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Arruolati come i militari e appositamente addestrati, i cani furono utilizzati nelle operazioni di ricognizione, per verificare che non vi fossero stati sabotaggi lungo le linee telefoniche, oltre che in quelle di recupero dei feriti e dei caduti nella “terra di nessuno”. Spesso venivano mandati oltre le linee nemiche per raccogliere informazioni. Nelle zone particolarmente impervie, come ad esempio le Alpi, venivano utilizzati per trasportare armi e trainare le lettighe dei feriti. La maggior parte di loro morì sul campo. Molti vennero soppressi, perché gravemente feriti. Tra quanti sopravvissero furono selezionati i primi cani-guida per i ciechi di guerra. Solo alcuni divennero degli eroi pluridecorati.

Stubby fu uno di questi.

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Membro del 102° reggimento di fanteria dell’esercito americano, seguì il suo compagno umano, il caporale Robert Conroy, dal Connecticut alle trincee della Francia, dove prestò servizio per 18 mesi. Stubby partecipò a diverse battaglie riportando numerose ferite, ma ogni volta dopo il periodo di convalescenza tornò in prima linea, guadagnandosi molte decorazione ed encomi. Per l’apporto dato alla cattura di una spia tedesca, fu insignito del grado di sergente.

Tale era la sua popolarità che quando gli americani entrarono a Château-Thierry, le donne della città realizzarono per Stubby il giubbotto su cui furono appese le sue numerose medaglie.

Tornato negli Stati Uniti divenne una leggenda nazionale, seguendo il suo padrone negli incontri pubblici dedicati alla guerra. Morì di vecchiaia nel 1926.

Il suo corpo imbalsamato con addosso il giubbotto con le decorazioni è esposto al National Museum of American History a Washington DC.

Queste e altre storie sono le protagoniste dell’eBook bilingue in distribuzione gratuita “Gli animali nella Grande Guerra”.

Credits immagini (nell’ordine): Cane messaggero con il cilindro, in cui il messaggio veniva trasportato, Etaples, 28 Agosto 1918 ©IWM (Q 9277); Carro da guerra per lampade elettriche trainato da cani, Dorimbergo, Fronte dell’Isonzo, 1916 ca ©ÖNB, Europeana Collections 1914-1918; Stubby, l’eroe di Georgetown.

 

Ginger (o Sandy), un gatto di guerra

Abstract: Numerous cats were also loaded onto military ships. Both soldiers and sailors regarded their presence as a good omen, a sort of four-legged talisman that was able to protect humans. It was usual for soldiers to take their cats with them, for example during the long ocean crossings that brought the Australian armies to Europe. And many cats were also adopted in foreign countries, along the front where battles were being fought. It is estimated that during the conflict there were around 500,000 cats in the trenches and on the warships. Their official task was to hunt mice and stop infestations of other vermin or parasites, although they were actually used to detect toxic gases. However, these military duties did not exclude they were adopted as mascots or as pets, and as such, they helped keep the soldiers’ morale high. Looking after the animals, which gave a semblance of normality, had the advantage of distracting the soldiers from the everyday aspects of war, which would otherwise have been unbearable.

Durante la Prima guerra mondiale furono circa 500.000 i gatti presenti al fronte, nelle trincee e sulle navi di guerra.

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Il loro compito ufficiale in entrambi i casi era quello di dare la caccia ai topi, benché alcuni fossero utilizzati anche come rilevatori di gas venefici. I doveri militari non ne esclusero, tuttavia, la loro adozione in qualità di mascotte e animali di compagnia.

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I soldati e i marinai consideravano la loro presenza e vicinanza di buon auspicio, una sorta di porta fortuna a quattro zampe in grado di proteggere gli umani. Era consuetudine per i militari portare con loro i gatti, ad esempio nelle lunghe traversate oceaniche che condussero le armate australiane in Europa. E tanti furono i gatti adottati nei paesi stranieri, lungo i fronti dove si trovarono a combattere.

Queste e altre storie sono le protagoniste dell’eBook bilingue “Gli animali nella Grande Guerra”.

Credits immagini (nell’ordine): ‘Ginger’ o ‘Sandy’ uno dei gatti della nave militare britannica Repulse disteso in un’amaca improvvisata ©IWM (HU 99090); Un soldato canadese con ‘Tabby’, la mascotte della sua unità, Salisbury Plain (Gran Bretagna) 27 Settembre 1914 ©IWM (Q 53254).

Piccioni viaggiatori durante la Prima guerra mondiale

Abstract: During the First World War the function of pigeons was strategic. Although communications systems such as the cablegram, telegraph and telephone were used, they were used to send messages and carry out espionage operations. The pigeons were fast, resilient and in their own way really intrepid. They flew at a speed of 40 km/h and were able to cover distances of up to 100 km without a break. They bore messages of vital importance and, as they showed during the battle of La Marne in 1914, always returned to their dovecots, even if the latter had been moved in the meanwhile. They were believed to be so strategic that it was forbidden to capture them for food, and any injured birds were rescued, and if possible treated.

I piccioni arruolati nella Grande Guerra furono circa 200.000, la maggioranza dei quali morta sul campo. Essi erano considerati alla stregua di un’arma segreta e, come tutte le armi segrete, venivano contrastati da armi altrettanto letali, in questo caso cecchini appositamente addestrati per fermarne il volo. Della loro presenza nei libri di storia non vi è traccia.

Nei primi anni di guerra, benché tutti gli eserciti fossero dotati di reparti speciali con personale apposito per la cura e l’addestramento dei piccioni, si cercò di fare affidamento soprattutto sui nuovi mezzi di comunicazione (telefono, telegrafo, cablogramma, radio), ritenendo il servizio dei piccioni viaggiatori necessario solo in caso di assedio. Ben presto, però, ci si rese conto che il loro utilizzo poteva essere non soltanto utile, ma persino più affidabile nelle comunicazioni tra le linee e il quartier generale. Le telecomunicazioni e la radio erano, infatti, oggetto di sabotaggio e intercettazioni e, quindi, spesso inutilizzabili, mentre i piccioni, salvo in caso di ferimento grave o abbattimento, non si fermavano finché non raggiungevano la loro destinazione, consegnando il messaggio loro affidato.

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I piccioni erano veloci, resistenti e, a loro modo, davvero impavidi. Volavano ad una velocità di 40km/h ed erano in grado di percorre fino a 100km senza sosta. Oltre che nel recapitare i messaggi, potevano essere impiegati in operazioni di spionaggio mediante piccole fotocamere posizionate sul loro petto che, grazie ad un timer di autoscatto, registravano le immagini durante il volo.

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I colombi, al pari dei cani, svolsero una funzione militare strategica al punto da introdurre misure precauzionali per la loro salvaguardia, dall’accudimento all’adeguata alimentazione, dal divieto assoluto di cattura a scopo alimentare alle misure di protezione antigas.

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Gli esemplari feriti venivano soccorsi e, se possibile, curati dal personale sanitario o veterinario, quando era presente.

Si provi a considerare per qualche istante cosa produrrebbe in chi ascolta sapere che nella guerra, in cui per la prima volta si fece un utilizzo su larga scala delle telecomunicazioni, le più importanti operazioni belliche furono condotte servendosi di piccioni viaggiatori.

Queste e altre storie sono le protagoniste dell’eBook “Gli animali nella Grande Guerra”.

Credits immagini (nell’ordine):  Piccioni di ritorno alla propria colombaia, Pernes, 1918 ©IWM (Q 9000); Pilota britannico rilasciando un piccione ©IWM (Q 13613); Apparecchio fotografico in miniatura da posizionare sotto il ventre dei piccioni viaggiatori, ©Bnf, Europeana Collections 1914-1918; Scatola anti-gas per 15 piccioni viaggiatori, Trento, ©ÖNB, Europeana Collections 1914-1918.

Memoria-lunga©

È una proposta orientata alla valorizzare del patrimonio documentale e artistico. Essa si rivolge ad enti pubblici e privati – comuni, musei, università, istituti storici, biblioteche, fondazioni, organizzazioni non-governative, aziende – e singoli collezionisti e studiosi, che vogliono valorizzare le proprie collezioni e renderle accessibili.

Il progetto Memoria-lunga© si sviluppa in tre fasi:

– fase 1, il riordino. In questa fase avviene la valutazione delle collezioni, la digitalizzazione dei documenti/reperti e lo sviluppo di metadati per definirne il livello di importanza, favorirne l’accessibilità e facilitare la ricerca degli oggetti al suo interno 

– fase 2, la strategia. Questa fase è orientata ad individuare il pubblico, potenziale destinatario dei contenuti della collezione, e a costruire strategie per raggiungerlo. Nello sviluppo del progetto Memoria-lunga© rappresenta un passaggio cruciale, perché permette di individuare eventuali fonti di finanziamento pubblici o privati per garantire la crescita dell’archivio e la sua fruibilità

fase 3, la condivisione. Vengono proposti modelli personalizzati di banche date per archiviare e condividere documenti storici e oggetti di collezione, migliorandone la fruibilità a chiunque vi acceda per motivi di studio, interessi culturali o commerciali.